Burlandia
18 novembre 2008, 12:24
Smarrita, con grato oblio, la percezione della potenza, in Burlandia gli affari e le relazioni si trattano come questioni di potere, in cui è il rapporto di forza, presunta o reale, a determinare le decisioni. Poiché le forze, per loro evanescenza, tendono a salire verso l'alto, come inconsistente vapore che tuttavia ottunde la vista, e attraverso tubature e scale si raccolgono agli ultimi piani, attorno ai poteri che di lassù, grazie a gessati impeccabili, esercitano i loro compiti istituzionali, mentre ai piani bassi, e in generale in tutte le costruzioni di umile levatura così come per le strade e le piazze, quasi non ve n'è traccia, caporali e guardaparco sono costretti a un continuo esercizio di millanteria, inventando tutt'intera un'autorità di cui a malapena hanno percepito il refolo nelle narici dilatate.
Si è osservato che l'autorità è, in Burlandia, quasi sempre vacante: di qui l'avvicendarsi di supplenti, di ogni ordine, grado e livello, che occupano uffici e scrivanie come inquilini sull'orlo dello sfratto. Questa filosofia amministrativa, diffusa tanto nell'impresa pubblica che in quella privata, evita che qualcuno di provata capacità possa confermarsi in una posizione, in primo luogo perché non gli si consente di dar prova; inoltre bandisce la capacità stessa dal novero delle qualità richieste, poiché il mantenimento di una supplenza deriva molto più dal favore dei vicini e dei superiori che da risultati impossibili a ottenersi in così breve tempo. Tuttavia anche questo non è sfuggito al genio del paese: che risultati impossibili divengano non solo possibili, ma immediati, quando non ci si curi di ottenerli effettivamente, ma ci si limiti a dichiararli.
17 novembre 2008, 15:07
La Burlandia, felicemente adagiata tra le montagne e il mare, non senza qualche sussulto per distendere meglio le pelvi, uno scrocchio per sciogliere le giunture che arrugginiscono nella quiete, un neghittoso cambio di postura in modo da esporre a un sole compiacente le regioni interne, comunica a colpo d'occhio una sapienza di vivere accumulata nei secoli e custodita gelosamente: che nulla conti più del momentaneo sollievo, e nessuno meriti apprezzamento più di chi lo promette, o lo concede, secondo le forze e la disposizione. Che nessuno sia costretto a soffrire, e anzi, anche se le sue condizioni sono modeste, possa vivere beato, se riconosce le circostanze e vi si accomoda. Che tutto vada soggetto a compromesso, salvo la morte, che appunto è bandita dal paese come ogni cosa sgradevole o turbatrice; che, di conseguenza, la sostanza non possa esistere senza la parola, o meglio, che non vi sia sostanza tanto tenace che non si sgretoli e sia infine dilavata dalla congiura del silenzio, e ancor più dall'equivoco: sicché a scacciare la morte, come ogni altro fastidio, basta tacerne, o farne un gioco di parole.
Ritiene d'aver fatto in passato, pur non ricordando cosa né ad opera di chi: è questo quindi un riposo meritato, così come in Burlandia si intende il merito, che è il nome che si dà ai propri privilegi, siano essi acquisiti per diritto di famiglia, briga, commercio o regalia interessata. Amministrata da una fitta rete di feudatari, vassalli, commendatori, cavalieri, praticanti del maneggio e della prestidigitazione, esperti di quadrature di cerchi e altri artieri del miracolo quotidiano, non chiede che di continuare a sonnecchiare, cullata dall'ammirazione del mondo.