il mondo vero
Dove
Il sistema
Il sistema si trova nella fascia periferica dell'ammasso globulare Inarma
(le Infinite), e vagabonda al seguito della stella il cui campo gravitazionale
è più forte. Resta sempre un pianeta esterno, che guarda un po' da
lontano i compagni che si affollano intorno alla stella guida, poi alla
prima occasione se ne va, accompagnato dalle ventate variopinte delle
sue aurore polari. Il cielo, data la posizione del pianeta, mostra a varie
latitudini e ore della notte il centro dell'ammasso globulare da una parte,
centinaia e centinaia di stelle luminosissime che sembrano raccogliersi e
confondersi nella luminescenza del nucleo, dall'altra il festone della galassia
Nogar (Attraverso) che spicca nel buio dello spazio profondo.
Sul pianeta le stagioni, come pure la durata del giorno e della notte, non
sono costanti. Talvolta all'estate succede una nuova primavera, talvolta
si susseguono tre inverni di fila. Un giorno può durare tre mesi terrestri,
o dieci minuti.
La galassia cui appartiene il sistema è a spirale, di classe piuttosto
turbolenta. Insieme ad altre quattro compagne forma un piccolo
gruppo locale, che gli astronomi di qui chiamano Gar Nayma (Cinque Insieme).
Phoor Twona
Visto dai pianeti compagni è un magnifico globo verdeazzurro, un mosaico di mari, stuoli di nuvole e frange di terra variopinta. Ma la sua natura vagante lo ha talvolta trascinato in situazioni incresciose, come il periodo noto come Età delle Maree, durante il quale i continenti erano spazzati da rovinose mareggiate ricorrenti, cui scampavano solo i grandi altopiani e le vette delle montagne. Tuttavia le civiltà di quel tempo conobbero un'impetuosa fioritura artistica, tuttora ricordata per la grandezza e insieme la semplicità delle sue realizzazioni. Oggi il pianeta, protetto dall'Anticipatore di Equilibrio, presenta una grande varietà di climi e di paesaggi.
Phoor Nay Tindrama
Era un grande pianeta desolato e desertico, prima della fondazione della colonia di Nay Nopti Gah. Immense pianure polverose, ispide di pietraie arroventate, con rilievi spianati e rosicchiati ai fianchi dai venti. Ma ai fuggitivi del Grande Smarrimento parve la casa ideale. La colonia fu un gesto di protesta, una contestazione. Quanto più la madrepatria, sotto l'assedio dei comitati di salute pubblica, dei grandi garanti e delle compagnie di sicurtà, si lasciava dominare dalla quantocrazia, con la sua fede in una tecnica cieca e sorda, tanto più la colonia cresceva apparentemente caotica ma guidata da una visione che condusse a una nuova, ibrida forma di tecnologia. Perché, come poi si espresse Espo Twomat, "... occorre coltivare l'intelligenza nelle cose, non la stupidità. L'intelligenza è frugale e tempestiva, la stupidità dissipatrice e inopportuna. E noi, qui a Nay Nopti, non abbiamo né tempo né denaro da sprecare".
Phoor Nay Kesti Staron
Pochi lembi di terra, qualche ciuffo d'erba, e l'oceano ovunque. Un piccolo mondo dove quasi tutto, valli, montagne, vulcani, fauna, flora, è sottomarino. Per via dei venti, la cui corsa non incontra ostacoli, la permanenza in superficie è spesso pericolosa, in continua lotta con gli elementi. Ma si dice che nei rari intervalli di calma, quando lo sterminato oceano pare un luccicante arazzo dalle mille sfumature, il dono dell'Equilibrio sia qui più tangibile che in qualunque altro luogo del sistema.
Pist Nayma
Raccontano che fu un gioco anche la sua fondazione.
I popoli che abitavano le due isole, Rasan a occidente e Gaysat a oriente,
si erano accordati per la costruzione di una capitale comune. Non
riuscivano tuttavia a stabilire in quale luogo dovesse sorgere. Quelli
di Rasan indicavano una piccola baia seminascosta tra due alti
promontori, la gente di Gaysat un'estesa pianura cinta da una
corona di basse colline, lontano dal mare.
La discussione si protrasse per sessantaquattro giorni senza risultato.
Decisero infine di affidarsi a una gara: ognuna delle due parti avrebbe
presentato un campione. Chi, attraversando a nuoto lo stretto,
avesse raggiunto la riva opposta, avrebbe guadagnato ai suoi la
facoltà di scegliere il luogo della nuova capitale. Se nessuno dei due
campioni fosse riuscito nell'impresa, era evidente che l'accordo
doveva essere sciolto e il progetto abbandonato.
La vicenda fu poi cantata da Phanos Krinto nel suo Pto Tonedet Pist
(Fondazione di Due). A gara già iniziata da tempo, una fitta nebbia
scese sullo stretto. I due campioni vissero casi e incontri stupefacenti
che li trascinarono lontano per otto anni, fra amori ignifughi, donne
meccaniche, supermercati senza uscita. Si ritrovarono su uno scoglio
affiorante, con una breccia nella foschia che lasciava intravedere un
cocuzzolo lontano. Era Nep Eksi, che da Rasan domina lo stretto.
Tornarono a terra insieme, scoprendo di essere partiti solo poche
ore prima.
Il primo insediamento di Pist Nayma sorse così ai piedi del Nep Eksi,
su una terrazza che guarda oltre lo stretto, verso l'isola orientale.
E la sua propensione a far dominare dal gioco eventi e decisioni
non è mai venuta meno.
Vanden
La città dei sapienti. Una trama di strade, una geometria
di case rigorosa come una danza di pensieri.
Dalle sue terrazze guarda il fiume, riconosce i cento colori delle
correnti, i gorghi insidiosi dove l'acqua diventa buia e trascina giù
al fondo, le anse placide e assolate, concilianti, senza mistero.
Ma Vanden non è più la stessa. Non ha più la superba fierezza dei secoli
passati, quando il sapere era una certezza incrollabile, e i saggi ne
traevano meravigliosi e complicati arabeschi.
Perché Vanden non ha previsto lo smarrimento. Ha veduto seccarsi le
fonti, e gli alberi inaridirsi. Il mondo farsi illeggibile e contraddittorio.
Così ha cercato la protezione delle corti, mandando i suoi intelletti più
agili e spregiudicati a suonare pifferi e tamburi, cibare i cani da caccia,
ballare minuetti e quadriglie. Perciò oggi la città ha questo sguardo
distaccato e ironico. L'antica integrità è ovunque intaccata dalla
disillusione, che tuttavia non guasta il fascino degli archi, delle ringhiere,
e dei viali aperti.
Vanden resta ammirabile proprio per la piega amara che dà ombra al
suo sorriso. Per il gesto con cui il sapiente si sottrae al plauso, che non
va alla sua dottrina, ma all'incanto delle parole.
Si Nyat
A Si Nyat, recita un detto popolare, vanno e vengono solo gli uccelli.
Anche se non corrisponde più alla realtà, l'espressione descrive a
meraviglia questa metropoli in alta quota, le cui costruzioni più antiche
sorgono isolate o a piccoli gruppi su ripidi costoni, rupi scoscese, terrazze
anguste e inaccessibili.
I suoi edifici, come un muschio tenace, fanno tutt'uno con la roccia
delle montagne, incuranti delle pendenze e delle asperità, resistenti
al gelo e agli schiaffi del vento Kastima, furibondi e improvvisi.
Il cielo, a Si Nyat, non è la teca di un congegno di precisione, né una
macchina a orologeria con fastidiose irregolarità di funzionamento.
È una sorta di compagno, di fratello maggiore, a volte pensoso e
taciturno, a volte irruente. Per quanto possano essere abitudinari i
suoi moti, le sue stagioni, i suoi rovesci, la gente qui sa che lassù
piace stupire, che sia coda di fuggevole cometa o arcobaleno.
Tutto si osserva, si immagina e si racconta di questo cielo che non è più
lo stesso se ci si allontana, se si scende verso l'altopiano.
Di nuvole che vollero provare la vita greve degli uomini, e di uomini
che vollero cavalcare le nuvole, sempre invano. Di sentieri e di scale che
dalle vette raggiungono stanze segrete, ricavate nell'azzurro. Dello
sterminato rotolo di archivio che riporta i nomi di tutti i raggi di sole e
dei loro poteri, piegato e ripiegato fino alla minuzia di una capocchia di
spillo, nascosto nel calamo della piuma che l'uccello Odar Pawi perde
nel giorno dei pentimenti.