noi, chi?
16 maggio 2007, 23:46
La speranza che infine, contro ogni previsione, si afferma, prende corpo e sostanza, genera mura e armi. Predatori, profittatori, calcolatori ne spiano le evenienze, pronti a schiacciarla: perché sconvolge le viscere della storia, scompagina il libro del mondo. E pare, con la sua resistenza sotterranea, la capacità di riportare in vita mostri, formidabili architetture di membra, incroci di forme, sconfessare le pratiche comuni, svergognare le credenze consolidate. Perciò gode di così cattiva reputazione: che sia futile, illusoria e bugiarda; non si perde occasione di deriderla, e con lei chi vi si affida.
Sperare è l'arma definitiva, il veleno contro cui non c'è antidoto, la bomba che può esplodere in ogni momento; un'arma economica, poiché i proiettili sono di materia sottile, impalpabile, l'esplosivo non occupa spazio, non necessita di complicate preparazioni, e finché non viene il momento della deflagrazione non soffre caldo né scosse, non è infiammabile, si conserva inerte. Non si esaurisce, poiché la sorgente sta altrove, fuori portata, non controllabile. Non importa quanto la situazione sia compromessa; se ripetono che indietro non si torna, che l'età dell'oro è finita, anzi non c'è mai stata. La speranza dà sempre garanzie, non crede alle statistiche; guarda con sufficienza questa giovane e arrogante quantocrazia, i giochi di parole non la distraggono. Sa che il tempo è un ragazzo entrato nel giro da poco, con compiti noiosi, la nostalgia del mare.
Finché nel chiuso del cuore
l'anima dell'ebreo si strugge
e spingendosi a oriente
l'occhio guarda a Tzion
la nostra speranza ancora non è perduta
la speranza di duemila anni
un popolo libero nella nostra terra
la terra di Tzion e Yerushalayim
16 aprile 2007, 18:21
Si aggirano per luoghi comuni, descrivendoli. Alcuni scelgono la via dell'eccesso, altri si attardano nel cesello, imparano l'arte del tombolo. Il prodotto stupisce per la finezza dei particolari, la cura dedicata alla confezione, il lavoro di lima. Si ammira la faticosa abnegazione con cui è stata posata ogni minuscola tessera del grande mosaico, l'olio di gomito speso per far luccicare le dorature. Si calcola quanto denaro sia costato lo scavo, il cantiere, l'acquisto dei materiali, la manodopera: davanti alla cifra si spalanca la bocca meravigliati, o si condanna lo spreco, secondo che la fazione di appartenenza sia favorevole o meno al progetto.
Una cala seminascosta, accessibile da terra solo nel primo mattino; un sentiero disagevole e discontinuo, che si ferma davanti alla pietra ripida, rotta e traballante, da aggirare passo passo, aggrappati agli spuntoni e ai ciuffi d'erba. Arriviamo al piano di ghiaia, stretto e ancora in ombra, dopo aver guadato l'acqua che già monta, e sbarra il ritorno. Il profilo della gola, in alto, ritaglia nuvole fuggenti.
8 febbraio 2007, 11:31
Che l'immaginazione sia una facoltà ristretta nei limiti dell'individuo, una sua attività libera, per lo più volontaria e gratuita, è decreto della quantocrazia. Tale libertà comporta infatti introiti significativi, ed è la base necessaria del continuo ricatto che contiene l'uomo nel ruolo di consumatore per mezzo delle immagini. L'immaginazione, così irregimentata, concorre, nella versione privata, all'ora del dilettante; mentre la versione pubblica, intorno a cui vien fatta aleggiare l'aura sacra dell'arte, funge da traino, carota sospesa che la bestia non arriverà a mordere se non in casi molto rari, che presto saranno leggenda. L'immaginazione dei singoli è un passatempo, un vanificio. I volti e gli eventi che vi si agitano non posseggono alcuna consistenza, né hanno contatto col mondo reale, perciò è ammesso fingere qualunque assurdità senza subire smentite, celebrare il brutto con franchezza, trastullarsi con le forme e le parole senza conseguenze pratiche. La quantocrazia ha alzato un muro impalpabile, spesso e ottuso tra qui e gli oltremondi, per impedirne la vista e l'esperienza, e conservare la propria egemonia; e si adopera per tranciare ogni legame necessario verso quelli con la calunnia, la lusinga, più di rado la forza, e produrne la copia lasca, accomodante, negoziabile.
1 febbraio 2007, 12:18
Si dividono in testimoni e pratici. I testimoni sostengono di riferire ciò che vien loro detto; e affermano di essere fedeli al di là della loro stessa volontà, perché non soltanto devono rendere conto alle loro fonti, ma comprendono solo in parte il contenuto del messaggio. Non sopportano emendamenti, modifiche, espunzioni: rivendicano infatti d'essere i soli competenti in materia, benché la loro competenza non sia acquisita, e in certo modo incosciente; hanno visto o sentito, e questo conferisce loro un diritto che proviene dall'esperienza reale, non si lascia smentire da prove di laboratorio né da altre testimonianze, cui se mai si affianca in pacifica coesistenza, se le circostanze ammettono questa pluralità, o si misura in guerra acerrima, se vige la tirannia dell'uno. I testimoni sono solitari e d'indole aspra, ombrosi, renitenti alle sfumature e al compromesso; non per natura, ma in seguito alla testimonianza, che essi antepongono alle amicizie e al plauso, e che raramente, per un felice equivoco, si accorda con il gusto attuale, comunque mai al punto da non suscitare fastidio o noia o imbarazzo in più di un intelligente.
L'arte dei pratici è invece, dicono, frutto d'invenzione e di mestiere: e l'invenzione consiste nella raccolta del materiale, mentre il mestiere da regole che conferiscano buon ordine e gradevolezza. Tali regole sono adeguate al tempo e all'uditorio, perciò vanno soggette a un continuo processo di perfezionamento, cui tutti, specialisti, appassionati e semplici passanti, sono chiamati a partecipare, per dare suggerimenti e indicazioni che dovranno almeno in parte essere soddisfatte, anche se apparentemente irragionevoli o prive di gusto: poiché il mestiere è servizio, e se non accontenta è inevitabile che venga dismesso. I pratici sono gioviali, di buon appetito e stomaco robusto, sopportano le intemperie senza lamentarsi, anzi apprezzano la variabilità del cielo come la varietà delle opinioni.
25 gennaio 2007, 11:41
L'invidia diventa feroce quando l'invidioso ha ragione di ritenere immeritata l'altrui fortuna; fatto che si procura di rendere generale, allettando pochi in apparenza inetti con un successo improvviso, di fronte al quale il mondo pare inchinarsi senza esitazioni, eccezioni o incertezze. Così la comparsa di una nuova generazione di idraulici, non formata da apprendistato, scuola o bottega, priva della ratifica della corporazione, è stata celebrata con coriandoli dalle balconate; vengono invitati ai festini, cullati con interviste e baci di dama, consultati sulle questioni da passeggio. Che sappiano di tubi e rubinetti solo per sentito dire, come mugugnano i vecchi, non è pertinente: perché il nuovo idraulico non si occupa di rubinetteria, non ha a che fare con le perdite. Egli è simpatico, esibisce qualche misurata bizzarria, si presta con buona grazia e senza interessi.
15 gennaio 2007, 10:26
Cultori dell'invisibile e propagandisti del vero incontro sono accomunati da questo: che non vengono al dunque. Come nelle strategie di vendita, promettono salvezza, magnificano il prodotto ma concedono solo gli accessori, di per sé inutili. Gli uni vantano la semplicità del metodo, gli altri si diffondono in complicate, inquietanti allusioni; entrambi si sottraggono alla spiegazione, com'è giusto: perché le parole sono troppo anguste, fuorvianti, la rivelazione è qualcosa che avviene, un evento, un'esperienza. Allora non resta che considerare la loro vita, per cogliere gli effetti della trasmutazione, sorprendere il riflesso della luce; invece si assiste al consueto spettacolo delle beghe condominiali, delle ripicche, delle malignità gratuite, gli intrallazzi, le prebende, il piccolo cabotaggio. Gli uni si giustificano, sostenendo che la povertà del segno non compromette la correttezza del rimando; gli altri non manifestano in alcun modo il potere, o la sapienza, che deriverebbe loro dal commercio con l'invisibile, ma non si giustificano, perché sembra loro che il silenzio sia miglior compagno del mistero che pretendono di conoscere. Gli uni sono testimoni petulanti, gli altri reticenti; entrambi, in quanto testimoni, affermano di non inventare nulla e giurano di dire la verità: ma in un tribunale che loro stessi hanno convocato, con amici di vecchia data per giudici e magistrati, e una giuria popolare di affezionati clienti.
12 dicembre 2006, 10:39
Umili nel gesto, nel passo, gli occhi non chini, ma sgranati e fissi in faccia ai destinatari della questua; tenere a bada l'esasperazione finché trabocchi in una giaculatoria a mezza bocca, mentre con la stampella arrugginita battiamo con dispetto le portiere ermetiche delle macchine ferme al semaforo, e un pugno fa rimbombare i cofani lustri. Non è la rabbia, l'umiltà, la giustizia che farà tintinnare la moneta: è la colpa. Le volatrici dal becco adunco, il piumaggio scaglioso, le ali unghiute, il volto grinzoso di femmina, vitreo, che si artigliano al cranio, le lunghe remiganti di un candore d'incubo abbassate e protese intorno alle teste: al nostro richiamo scendono in larghi cerchi, cercano un punto d'appoggio, una crepa, una maglia spezzata. Gli spiccioli vengono gettati di malavoglia, cadono in terra. Nulla ci appartiene, ne siamo quasi convinti: anche se i fregi e gli animali di vecchio conio, i bottoni scheggiati che abbiamo estorto col ricatto, la pietà, il disgusto per la puzza e le membra deformi, insistiti strattoni alle giacche di cangiante velluto, risvegliano un'ombra di commozione.
5 dicembre 2006, 17:22
Il peccato viene, infine, a sollevare dall'incubo della presenza. Grazie a piccoli peccati circoscritti si frappone una distanza sufficiente per non soffocare, e tuttavia l'immaginazione resta pericolosamente presaga, labile ed esposta, un movimento sbagliato fa correre brividi lungo la schiena. Un dono deposto davanti a una porta chiusa, come d'accordo. Si respira a pieni polmoni, e l'aria sembra dolce e inebriante, nella sua fermezza. Si cammina per giorni, confortati da questa nuova monotonia, ubriachi di parole tonde e lisce, che rimbalzano senza ferire né ammaccare, finché ci lasciamo alle spalle ogni segno distintivo, e accogliamo con curiosità la vertigine di sentirci smarriti.