evenienze
26 gennaio 2010, 23:51
Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora.
R. Walser, Jacob von Gunten
25 gennaio 2010, 15:33
Dille accussì, chi canta 'int'a 'sta via
o sarà pazzo o mmore 'e gelusia
starà chiagnenno quacche 'nfamità
canta isso sulo, ma che canta a ffa'?
... che canta a ffa'?
Voce 'e notte, E. Nicolardi-E. de Curtis
22 gennaio 2010, 16:28
Io, per me, volevo solo stare nascosto, ritirarmi.
G. Mozzi, Questo è il giardino.
27 novembre 2009, 18:00
Quello che impressiona maggiormente [...] è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutari dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d'interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.
Da qui.
25 novembre 2009, 23:56
Ed ecco due di loro in quel giorno erano in viaggio alla volta di un villaggio distante centosessanta stadi da Gerusalemme, il cui nome era Emmaus, e parlavano tra loro di tutti questi avvenimenti. E avvenne che, mentre parlavano e si interrogavano, Gesù stesso fu vicino a loro e li accompagnava nel viaggio; ma i loro occhi si trattenevano dal riconoscerlo. E disse loro: "Che discorsi sono questi che vi scambiate camminando?". E quelli ristettero, scuri in volto. E in risposta quello di loro di nome Kleopa gli disse: "Tu solo sei venuto a Gerusalemme e non sai quel che vi è accaduto in questi giorni?". E disse loro: "No, cosa?". E quelli gli dissero: "La vicenda di Gesù di Nazareth, un profeta potente nei fatti e con le parole davanti a Dio e a tutto il popolo: come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo consegnarono perché fosse condannato a morte e lo crocifissero. Noi speravamo che fosse lui quello che dovrà liberare Israele; ma, oltre a tutto ciò, è già il terzo giorno da quando accaddero questi avvenimenti. E poi certe donne che sono con noi ci lasciarono attoniti, quando dissero di essere state al mattino al sepolcro, e di non aver trovato il suo corpo, e aver veduto una visione d'angeli che dicevano ch'egli vive. E alcuni di noi si recarono al sepolcro, e lo trovarono come le donne avevano detto, ma lui non lo videro".
Ed egli disse loro: "O sciocchi e tardi di cuore a credere a tutto ciò che dissero i profeti! Non bisognava forse che l'Unto subisse tutto questo e entrasse nella sua gloria?" E a partire da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro ciò che lo riguardava in tutte le Scritture. E furono vicini al villaggio che era la loro meta, ed egli diede a intendere che il suo viaggio proseguiva oltre. E gli fecero cambiare proposito, dicendo: "Resta con noi, poiché è quasi sera, e il giorno ormai declina". E gli venne di restare con loro. E avvenne mentre stava a tavola in loro compagnia: prese del pane, lo benedì e dopo averlo spezzato lo diede loro. Allora i loro occhi si aprirono, e lo riconobbero; ma lui era scomparso.
Luca 24, 13-31
A lei Telemaco acuto disse di rimando:
"Straniero, hai parlato con animo amico,
come un padre a suo figlio; non dimenticherò le tue parole.
Dunque ora rimani, se pure ti fa fretta la via,
per un bagno e il sollievo del cuore,
e poi torna contento alla tua nave con un dono,
di valore e bello, che ti serbi il ricordo
di me, come ne danno agli ospiti gli ospiti amici".
A lui dunque rispose la dea Atena occhi azzurri:
"Non trattenermi oltre, troppo è il desiderio di partire.
Il dono cui il cuore ti spinge
me lo darai al mio ritorno, perché lo porti a casa,
e sceglilo bellissimo: ne avrai il contraccambio".
Disse così e se ne andò Pallade Atena,
volò via come un uccello, e scomparve.
Odissea I, 306-320
8 novembre 2009, 10:44
... si registra che l'indebolimento della famiglia e dell'appartenenza a una comunità ha creato un vuoto culturale che è stato riempito dal mercato, il quale oggi offre servizi che si incaricano di trovarci l'anima gemella, di organizzarci nozze perfette, feste di compleanno, visite agli anziani, e altro ancora cui siamo più o meno soliti ricorrere, per cui vien da dire che tutto ciò che il mercato ci toglie con l'allungamento degli orari di lavoro o con l'impiego di entrambi i componenti la coppia genitoriale, poi ce lo offre in vendita sotto forma di servizi a pagamento.
E noi accettiamo, anzi desideriamo, perché la dipendenza degli individui dal mercato è mascherata dall'ideologia dell'indipendenza. Potendo pagare, recita l'ideologia dell'indipendenza, uno può realizzare se stesso, affidando al mercato la cura della famiglia. Ma la domanda è: quante parti della nostra vita intima, familiare ed emotiva vengono vissute da altri? E qui il pensiero corre all'educazione dei bambini, affidati a quelle strutture, nidi e asili, scelte non in base a criteri educativi, ma quasi esclusivamente in base al tempo in cui trattengono i nostri piccini, agli adolescenti affidati alla scuola di cui ci si interessa solo in ordine ai risultati, ai genitori che non si occupano dei problemi di crescita dei loro figli perché per questo ci sono gli psicologi, alle coppie genitoriali dove l'assenza di comunicazione, la scarsa dialogicità, il reciproco disinteressamento vengono suppliti con regali all'occorrenza, con l'offerta di qualche cena al ristorante, o con sette giorni di vacanza in paesi esotici comprati last minute in un'agenzia di viaggi.
[...]
A dissolvere la famiglia non è stato il comunismo come un tempo si diceva, ma il capitalismo, sottraendo ai padri e alle madri quell'unica cosa necessaria alla cura e alla crescita emotiva che è il tempo. Il mito dell'efficienza, che all'inizio del secolo scorso Frederick Taylor aveva applicato alla catena di montaggio per eliminare i "tempi morti", oggi si è trasferito dalla fabbrica alla famiglia, dove gli adulti "non hanno tempo".
E allora viene in soccorso il mercato che, con i suoi prodotti "già pronti", evita alla madre di combattere con il suo bambino la scarsità di tempo. Basta guardare la pubblicità dove la lentezza dei bambini viene attribuita al loro carattere e non al fatto che possano sentirsi assediati dal ritmo accelerato della vita lavorativa degli adulti, o che stiano protestando contro la fretta dei grandi, proprio attraverso la messa in scena della lentezza.
[...]
Se il tempo qualità, a scapito della quantità, non è sufficiente a togliere ai genitori il senso di colpa, l'ideologia del mercato moltiplica le sue proposte e tende a vendere come indipendenza e autonomia dei bambini quello che in un passato non troppo lontano si chiamava "incuria". A questi bambini che la Hochschild definisce in "autogestione", a questi bambini con le chiavi di casa, come si farà, quando saranno adolescenti, a dir loro di non rincasare alle sei del mattino?
Spesso sentiamo parlare di famiglia, di difesa della famiglia, di aiuti per la famiglia e nessuno ci avverte che la famiglia è incompatibile con il modello capitalista [...].
Da I miti del nostro tempo, U. Galimberti.
29 ottobre 2009, 11:55
Così, accanto alla macchina a vapore e alla fotografia, la pubblicità prese posto fra le novità decisive nella prima metà dell'Ottocento. Pubblicità significa innanzitutto che certi oggetti cominciano a parlare e produrre immagini. È un processo all'inizio risibile e goffo, ma dagli sviluppi incalcolabili. Nata come appendice della produzione, la pubblicità riuscirà un giorno a invertire il rapporto: gli oggetti vengono prodotti perché certe immagini, certi nomi, certe parole trovino un supporto. La moda è un accorgimento per rendere più erotico questo continuo debordare delle immagini, assimilandolo alla incessante mutevolezza del desiderio. Modello e fondamento della pubblicità è l'inquietudine insanabile della vita mentale, la cui patria originaria è la delectatio morosa. I Padri del Deserto non disponevano di oggetti intorno a sé perché avevano bisogno di una superficie uniforme e scabra, all'esterno, volendo isolare, all'interno, il meccanismo mentale che genera i simulacri. Avrebbero considerato la pubblicità una sottile replica teologica ai loro esercizi. Ma ancora Nadar osservava: "Un'altra parola nuova: la réclame; farà fortuna?".
Il giornalista veniva pagato a riga, il traduttore a pagina. Quando qualcuno gli rimproverava un eccesso di avverbi, che riempivano certe sue frasi cartilaginose, Nodier rispondeva che quegli ingombranti polisillabi lo aiutavano a riempire con rapidità le righe. E ogni riga valeva un franco. Balzac, che in quegli anni interveniva spesso - anche perché leso di persona - su questioni di diritto d'autore, parlava tranquillamente di certi scrittori che "offrono allo sfruttamento una certa superficie commerciale", introducendo un'espressione che i manager editoriali di due secoli dopo ancora gli invidieranno. Già da questo si poteva desumere l'alternativa opprimente in cui venivano a trovarsi gli scrittori che per qualche anno - subito dopo il 1830 - si erano illusi di potersi abbandonare per sempre a un'irresponsabile vita di bohème. Ora la situazione era radicalmente mutata - e Albert Castagne la descrisse con asciuttezza epigrammatica: "Il bohème è o un artista senza talento, cioè, per usare l'espressione di Balzac, senza superficie commerciale, - o un artista di talento che non ha saputo sfruttare la sua superficie commerciale", quindi un disadattato, qualcuno che rischia di non trovare più un suo posto nella macchina sociale. Erano bastati pochi anni - e tutto si era rovesciato. Fu a questo punto che apparve sulla scena il giovane Baudelaire. Dichiarava: "Io che vendo il mio pensiero, e voglio essere autore" - e intanto si apprestava a entrare, senza lamentarsene affatto, in un crudele congegno produttivo, che sembrava fatto apposta per malmenarlo.
Era la prima età dei "prostituti dell'intelligenza", come definiva se stesso il creolo Privat d'Anglemont, sotto il nome del quale, proteggendosi con un equivoco scudo, Baudelaire avrebbe pubblicato una delle sue prime poesie. Ma era Théophile Gautier l'esempio più chiaro di come uno scrittore scintillante, dai molti talenti, potesse deteriorarsi giorno dopo giorno per la costrizione a produrre colonne di parole su giornali e riviste, cosparse di osservazioni compiacenti.
Da La folie Baudelaire, R. Calasso.
29 ottobre 2009, 10:24
Baudelaire fu un sommo perito dell'umiliazione. Nessun altro scrittore, per quanto travagliata la sua vita, può competere con lui nella pratica di quello stato. Baudelaire lo conobbe in ogni ambito: nella famiglia (per la presenza del padrigno, generale Aupick); nel denaro (per la sua continua dipendenza dal curatore Ancelle e per la lotta contro i debiti); nella vita amorosa (per la convivenza con Jeanne, che non lo stimava); nella vita letteraria (per i rapporti con i giornali, le riviste, gli editori, l'Académie e la Repubblica delle Lettere in genere). Non c'era angolo in cui a Baudelaire fosse concesso di respirare liberamente. Inutile chiedersi - come accadde a Sartre, allievo inconsapevole di una scuola serale "Volere è potere" - in quale misura Baudelaire abbia voluto tutto questo. Certamente avrebbe potuto, in tanti momenti, recuperare un'esistenza entro l'ordine stabilito. Avrebbe potuto imitare Mérimée, che ammirava e da cui non era ammirato. Pur essendo artista in ogni fibra Mérimée si era costruito un'esistenza da grand commis, che lo proteggeva come un carapace impenetrabile. Ma Baudelaire non avrebbe resistito. Sarebbe soffocato prima di raggiungere un qualche status rassicurante. Non meno dell'ennui lo ispirava l'umiliazione. Collegata all'abiezione, misterioso sentimento - attivo e passivo - che sembra connaturato alla "vita moderna" e ha pervaso da allora la letteratura. È un soffio venefico che comincia a circolare dopo la metà del secolo diciannovesimo e impregnerà in modi diversi alcuni autori inevitabili: Dostoevskij e Gogol' innanzitutto (per i russi l'abiezione è l'aria stessa che si respira); Melville (in Bartleby); Lautréamont, in ogni sillaba; Hamsun e Strindberg, in una versione iperborea, allucinata; e anche Rilke (nel Malte Laurids Brigge). E altri ancora. Ma il capostipite, che aveva addensato su di sé la tempesta magnetica, rimaneva sempre Baudelaire.
Baudelaire fu il solitario, impavido sostenitore del diritto irrinunciabile di contraddirsi: "Nella numerosa enumerazione dei diritti dell'uomo che la saggezza del secolo XIX ricomincia così spesso e con tanta soddisfazione, due piuttosto importanti sono stati dimenticati, che sono il diritto di contraddirsi e il diritto di andarsene". Soprattutto quest'ultimo potrebbe essere il prezioso contributo di Baudelaire alla sempre incerta dottrina dei diritti dell'uomo.
Da La folie Baudelaire, R. Calasso