noi, chi?
Umili nel gesto, nel passo, gli occhi non chini, ma sgranati e fissi in faccia ai destinatari della questua; tenere a bada l'esasperazione finché trabocchi in una giaculatoria a mezza bocca, mentre con la stampella arrugginita battiamo con dispetto le portiere ermetiche delle macchine ferme al semaforo, e un pugno fa rimbombare i cofani lustri. Non è la rabbia, l'umiltà, la giustizia che farà tintinnare la moneta: è la colpa. Le volatrici dal becco adunco, il piumaggio scaglioso, le ali unghiute, il volto grinzoso di femmina, vitreo, che si artigliano al cranio, le lunghe remiganti di un candore d'incubo abbassate e protese intorno alle teste: al nostro richiamo scendono in larghi cerchi, cercano un punto d'appoggio, una crepa, una maglia spezzata. Gli spiccioli vengono gettati di malavoglia, cadono in terra. Nulla ci appartiene, ne siamo quasi convinti: anche se i fregi e gli animali di vecchio conio, i bottoni scheggiati che abbiamo estorto col ricatto, la pietà, il disgusto per la puzza e le membra deformi, insistiti strattoni alle giacche di cangiante velluto, risvegliano un'ombra di commozione.