noi, chi?
Cultori dell'invisibile e propagandisti del vero incontro sono accomunati da questo: che non vengono al dunque. Come nelle strategie di vendita, promettono salvezza, magnificano il prodotto ma concedono solo gli accessori, di per sé inutili. Gli uni vantano la semplicità del metodo, gli altri si diffondono in complicate, inquietanti allusioni; entrambi si sottraggono alla spiegazione, com'è giusto: perché le parole sono troppo anguste, fuorvianti, la rivelazione è qualcosa che avviene, un evento, un'esperienza. Allora non resta che considerare la loro vita, per cogliere gli effetti della trasmutazione, sorprendere il riflesso della luce; invece si assiste al consueto spettacolo delle beghe condominiali, delle ripicche, delle malignità gratuite, gli intrallazzi, le prebende, il piccolo cabotaggio. Gli uni si giustificano, sostenendo che la povertà del segno non compromette la correttezza del rimando; gli altri non manifestano in alcun modo il potere, o la sapienza, che deriverebbe loro dal commercio con l'invisibile, ma non si giustificano, perché sembra loro che il silenzio sia miglior compagno del mistero che pretendono di conoscere. Gli uni sono testimoni petulanti, gli altri reticenti; entrambi, in quanto testimoni, affermano di non inventare nulla e giurano di dire la verità: ma in un tribunale che loro stessi hanno convocato, con amici di vecchia data per giudici e magistrati, e una giuria popolare di affezionati clienti.