noi, chi?
Si dividono in testimoni e pratici. I testimoni sostengono di riferire ciò che vien loro detto; e affermano di essere fedeli al di là della loro stessa volontà, perché non soltanto devono rendere conto alle loro fonti, ma comprendono solo in parte il contenuto del messaggio. Non sopportano emendamenti, modifiche, espunzioni: rivendicano infatti d'essere i soli competenti in materia, benché la loro competenza non sia acquisita, e in certo modo incosciente; hanno visto o sentito, e questo conferisce loro un diritto che proviene dall'esperienza reale, non si lascia smentire da prove di laboratorio né da altre testimonianze, cui se mai si affianca in pacifica coesistenza, se le circostanze ammettono questa pluralità, o si misura in guerra acerrima, se vige la tirannia dell'uno. I testimoni sono solitari e d'indole aspra, ombrosi, renitenti alle sfumature e al compromesso; non per natura, ma in seguito alla testimonianza, che essi antepongono alle amicizie e al plauso, e che raramente, per un felice equivoco, si accorda con il gusto attuale, comunque mai al punto da non suscitare fastidio o noia o imbarazzo in più di un intelligente.
L'arte dei pratici è invece, dicono, frutto d'invenzione e di mestiere: e l'invenzione consiste nella raccolta del materiale, mentre il mestiere da regole che conferiscano buon ordine e gradevolezza. Tali regole sono adeguate al tempo e all'uditorio, perciò vanno soggette a un continuo processo di perfezionamento, cui tutti, specialisti, appassionati e semplici passanti, sono chiamati a partecipare, per dare suggerimenti e indicazioni che dovranno almeno in parte essere soddisfatte, anche se apparentemente irragionevoli o prive di gusto: poiché il mestiere è servizio, e se non accontenta è inevitabile che venga dismesso. I pratici sono gioviali, di buon appetito e stomaco robusto, sopportano le intemperie senza lamentarsi, anzi apprezzano la variabilità del cielo come la varietà delle opinioni.