noi, chi?
Che l'immaginazione sia una facoltà ristretta nei limiti dell'individuo, una sua attività libera, per lo più volontaria e gratuita, è decreto della quantocrazia. Tale libertà comporta infatti introiti significativi, ed è la base necessaria del continuo ricatto che contiene l'uomo nel ruolo di consumatore per mezzo delle immagini. L'immaginazione, così irregimentata, concorre, nella versione privata, all'ora del dilettante; mentre la versione pubblica, intorno a cui vien fatta aleggiare l'aura sacra dell'arte, funge da traino, carota sospesa che la bestia non arriverà a mordere se non in casi molto rari, che presto saranno leggenda. L'immaginazione dei singoli è un passatempo, un vanificio. I volti e gli eventi che vi si agitano non posseggono alcuna consistenza, né hanno contatto col mondo reale, perciò è ammesso fingere qualunque assurdità senza subire smentite, celebrare il brutto con franchezza, trastullarsi con le forme e le parole senza conseguenze pratiche. La quantocrazia ha alzato un muro impalpabile, spesso e ottuso tra qui e gli oltremondi, per impedirne la vista e l'esperienza, e conservare la propria egemonia; e si adopera per tranciare ogni legame necessario verso quelli con la calunnia, la lusinga, più di rado la forza, e produrne la copia lasca, accomodante, negoziabile.