il mondo vero
Personaggi
L'intelligenza non è un reato: Athina Ventzani
Intellettuale dalle accese passioni e dagli abissali disincanti, viaggiatrice infaticabile nei labirinti del raziocinio, frequentatrice rapita di stupori e meraviglie. Le sue opere, la sua vita, il suo passo hanno segnato la letteratura e il costume dei suoi tempi, destato sogni, suscitato invidie furibonde. Dalla scrittura avviluppata, barocca degli esordi agli inimitabili racconti della prima maturità, asciutti e taglienti, fino ai successivi capolavori di cronaca e narrativa, la sua prosa è sempre un gioco di contrasti, un miracoloso equilibrarsi di spinte contrapposte. Ha ammesso un celebre critico che guardare la Ventzani negli occhi è un'avventura alla ricerca dell'inafferrabile, un darsi pena per delimitare uno spazio immenso in cui ogni punto di riferimento è smentito e deriso, un viaggio che non trova meta né requie. Talvolta ti offre lei stessa un appiglio illusorio, cui pure ti reggi per riposare un poco e contemplare l'uguale azzurro che ti circonda, attraversato a tratti da folgori, colpi di vento rovente, petali di gelsomino. Poi l'appiglio svanirà e ti sentirai precipitare. Capirai col tempo che in quegli occhi non c'è nessun dove e nessun quando, salvo nell'intermezzo della narrazione, con il libro aperto, le ali ben tese.
Assente giustificato: Lorenzo Ireni
Contestatore silenzioso, polemista iracondo e sconsiderato, scrittore ambiguo e
sfuggente. Predilige le statali polverose, dal tracciato errabondo, come arabeschi
sul dorso delle colline. Per lungo tempo ha vissuto sotto falso nome, dissimulando
la sua natura insofferente, gli umori elettrici, il fondo torbido dello sguardo. Ma
senza molto successo. Dopo la cattiva riuscita come portaborse, becchino,
cascamorto e giullare d'azienda, gravita ormai da anni ai margini del mondo
del lavoro, accettando incarichi saltuari e scarsamente remunerati. I suoi pochi
scritti teorici insistono sull'oscenità dell'arte, che mette nella massima evidenza
ciò che la comunità non vede né vorrebbe vedere. Perciò l'arte è inevitabilmente
contro la scena consolidata, la sua opera è di ostacolo, getta ombra dove tutti
si sono accordati vi debba esser luce, per dare visibilità a ciò che è rifiutato o
inavvertito, eppure irresistibilmente attraente.
Alcune sue pagine trattano del corpo, che egli definisce un disoccupato
senza speranza. Il corpo, sostiene, è indotto a fare continue domande di
assunzione, puntualmente deluse dopo estenuanti colloqui. Un corpo è
come una grande casa nella notte. Vedi passare una luce dietro le finestre,
e sai che dentro c'è qualcuno. È stato un passaggio furtivo, un attimo, e
tu vorresti dubitarne. Vorresti aver avuto un abbaglio, aver sognato. È così
infatti. Sei stato abbagliato. La casa può sembrare cadente, abbandonata,
in rovina. Eppure tu sai per certo che è abitata. Non sai da chi, e non è
detto che tu lo sappia neppure se ci entri. Perché chi l'abita può ritrarsi,
sentendoti venire, e nascondersi in soffitta o in cantina, o farsi passare
per un vagabondo o per la donna delle pulizie. Sai soltanto che se ci entri
lo fai a tuo rischio e pericolo. Sarai in casa di un altro. Di qualcuno che non
conosci. Che forse non per caso si è mostrato da quella finestra, mentre
tu alzavi gli occhi.
Trascinati e tralasciati: Fosco Sollima
Un uomo di fiume. Acqua che passa, trova nuove strade, disegna curve sempre più ampie e pigre, finché quel tratto diventa uno specchio immoto preda del sole estivo, e il fiume se ne dimentica per correre altrove, irrequieto e precipitoso. Dice che i suoi racconti sono così. Storie della corrente che trascina, insidiosa di rapide e gorghi, finché ci si riposa nel mare. E storie di acque morte, dove il tempo è scaduto e si continua il gioco per pura formalità, per vizio o per orgoglio, e anche se tutto è un dibattersi ossessivo e incessante, si dovrebbe sapere che nessuno sforzo, nessun impegno, nessuna buona o cattiva volontà possono riportare brivido e movimento nella grande pozza scura. Ti chiedi com'è stato che ti hanno messo da parte. Che ti hanno spinto all'angolo, la testa fra le mani, rassegnato al rancore. E ricordi la tua illusione, che fosse la corrente a seguire te, e dovunque tu andassi lei era al tuo fianco, con la sua presa prepotente, il suo impeto instancabile. Ricordi i tuoi giochi crudeli, a nasconderti nel torbido, sempre più giù, sempre più in fondo, per dimostrare che quella presa e quell'impeto erano i tuoi, che in tua assenza il fiume si sarebbe fermato. E si cerca rifugio in quell'illusione, anche quando gli ultimi arrivati raccontano con nostalgia i colori e i riflessi della corrente, distante pochi metri e tuttavia irraggiungibile.
Uno spigolo ci salverà: Ganto Nookande
Fu illustre architetto durante lo smarrimento. Suoi i progetti di case circondariali, scuole dell'obbligo, fabbriche di ritenzione perpetua. Sosteneva che l'architettura è l'arte dello spigolo. È lo spigolo l'elemento cardine, che tiene lontano ciò che è al di fuori, acceca, ferisce, graffia, e impedisce di fuggire a ciò che sta dentro. È lui che separa ciò che è buono, riconosciuto, accessibile, da ciò che è cattivo, ignoto, inaffidabile. Che minaccia e respinge ciò che è indomito, che non vuole sottomettersi al giogo delle pareti e al percorso obbligato dei corridoi, mentre custodisce ciò che è disciplinato e responsabile. Nemico del tondo, degli archi e di qualunque curva, le sue strutture apparivano sempre compatte, chiuse, contenitive. La curva, affermò una volta, era il principio di ogni turbamento, una pericolosa concessione ai cattivi istinti, un'implicita ammissione di debolezza. Perché la curva, specialmente se estroflessa come quella di una cupola, è sintomo di una forza dirompente che deforma la costruzione dall'interno. Di una malattia che ne affligge l'anima e ne compromette l'integrità. Della sua opera, oltre ai disegni e agli appunti, non resta quasi nulla: con la fine dello smarrimento gran parte degli sterminati quartieri dormitorio cadde in rovina o fu demolita per dare spazio e respiro a una nuova urbanistica. I grandi edifici pubblici furono trasformati; ora la gelida impronta originaria non vi recita più un solitario monologo, ma aggiunge la sua nota inflessibile all'armonico concerto dei fregi, dei colori, delle ombre.
La testa fuori dal cielo: Espo Twomat
Irruente, indisciplinato, incontrollabile. È in questi termini, e in altri meno lusinghieri, che Espo Twomat si trova descritto nei rapporti riservati delle Commissioni di Controllo, le cui procedure di bonifica e rieducazione infierivano durante lo smarrimento. Intorno alla sua figura e alla vicenda che portò alla fondazione della colonia di Nay Nopti Gah, su Phoor nay Tindrama, è ormai cresciuto un intreccio di storie, versi e canzoni nel quale gli storici hanno da tempo rinunciato a distinguere accadimento e leggenda. Ma stupefacente è come, in tempi tanto tristi e affannati e inconsapevoli, sia potuto nascere un uomo capace di trovare il vento e inseguirlo fra derisione, ironia, ostacoli anonimi, fino alla sognata destinazione. Celebri alcune sue affermazioni come: "Non c'è tempo", o "Niente prove" sull'importanza, in qualunque impresa, di percepire lo spirito del momento, e di rispondere senza indugio e senza compromessi alla sua chiamata.